Canyoning: sfruttamento della Natura senza regole o indispensablità di una regolamentazione?
Il contatto con la Natura è un richiamo irresistibile. Se questo coincidesse con il rispetto di quella stessa Natura, il fenomeno in sé sarebbe solo positivo, e basterebbe gestirlo con criterio. Ma a molte persone piacciono le emozioni forti e foto memorabili di cui fare sfoggio. Così, al più normale trekking si stanno sommando altre tipologia di “contatto”. Quello del scendere canyon e forre di montagna, che era un fenomeno di nicchia, rischia di diventare una nuova moda.
I social, con la loro forza dirompente, stanno facendo sempre più promozione ad attività che in determinati ambienti naturali sono estremamente invasive, senza le dovute cautele. Alcune sono invasive a prescindere, anche con le migliori attenzioni e premure. Ma i social tendono a spettacolarizzare tutto e non possono far scendere l’entusiasmo del potenziale cliente con inviti a fare attenzione o ad evitare certi comportamenti o certi periodi. Il social è uno strumento di comunicazione rapidissimo e non contempla alcun dettaglio, se questo non contribuisce ad attirare l’attenzione mediatica.
Non sarà possibile cambiare questo modo di agire ma è possibile richiamare i clienti, cioè i fruitori del web, ad una presa di coscienza che se qualcuno di essi si ritiene “vero amante della natura” non si può permettere di ignorare. Il canyoning, o torrentismo che dir si voglia, è come camminare a occhi chiusi dentro un negozio di cristalleria: non fare danno è praticamente impossibile, andare in pochi e con grandissima attenzione permette per lo meno di limitare quei danni, andare quando il negozio è stato per metà svuotato aumenta certamente le possibilità di non rompere qualcosa.
Sull’attrattività scenica di un’attività del genere non si discute, e il suo compimento, come la speleologia, improntata sulla ricerca scientifica, è anzi perfino auspicabile in un quadro di conoscenza sulla biodiversità da tutelare e che si trova in luoghi ignoti e inesplorati. Ma questo è un aspetto purtroppo molto molto marginale, in aree come il Monte Nerone che non sono protette da un Parco Nazionale che potrebbe invece dettare una regolamentazione ed impostare progetti di ricerca. Al Nerone, come al Catria, è evidente che non basta essere stati inseriti nelle aree della Natura 2000, lodevole tentativo di livello europeo per salvare il salvabile dove i Parchi ancora non sono stati istituiti: il Piano di Gestione di questo territorio, redatto dalle Unioni dei Comuni, è estremamente debole nel suo quadro normativo e di nessuna efficacia in materie come questa dove servirebbe vigilanza e soprattutto prevenzione.
Il patrimonio che si nasconde nelle forre di questi monti è lì a creare quella biodiversità che serve alla sopravvivenza di tutti noi, mentre scendere lungo una corda, di fianco o dentro una cascata, e poi tuffarsi in una pozza e camminare dentro il torrente, sono venduti come l’ingresso ad un parco giochi, anzi in questo caso un parco acquatico. A chi li vende senza scrupoli non riusciremo mai a far comprendere cosa mettono a repentaglio, ma a chi vuole provare l’ebbrezza di un’avventura nella natura selvaggia ricordiamo che quella natura è selvaggia solo fino a quel giorno in cui i propri scarponi la calpesteranno: su quel fondale, sotto quelle pietre, attaccati a rametti sommersi, ci sono uova di anfibi e larve di invertebrati; su quelle pareti vivono, perché anche loro solo lì possono vivere, muschi, licheni e felci.
Una regolamentazione seria potrebbe prevedere periodi di fruizione ed altri di divieto, numero di partecipanti nei gruppi, tempi di percorrenza e numero di gruppi al giorno, con effetti positivi non solo per la natura ma anche per la sicurezza dei torrentisti.
La Lupus in Fabula
Appennino Pesarese, 11 giugno 2026