COMUNICATO STAMPA
ACQUA: NON CHIAMATELA EMERGENZA
Siamo arrivati al risultato che tutti temevamo, prossimi a una vera e propria crisi degli approvvigionamenti, così come in passato è accaduto pochissime altre volte. Adesso rischiamo razionamenti non più limitati a porzioni di territorio, ma che potrebbero riguardare l’intera provincia. L’afflusso turistico della stagione estiva, con conseguenti maggiori consumi, e il calo estivo delle precipitazioni sono tra le concause alla base della situazione attuale. Il problema però parte da molto più lontano. In questi anni non è mancata la professionalità degli uffici tecnici regionali e dell’ATO nel prevedere quanto sta accadendo e quanto, con ogni probabilità, accadrà con maggiore gravità nel prossimo futuro; è mancata, piuttosto, la capacità della politica, tutta, di guardare avanti. Le amministrazioni comunali, provinciali e regionale, salvo poche eccezioni, si sono volute contraddistinguere per un’inerzia che ha del paradossale. A distanza di 25 anni dalle prime avvisaglie del problema, le dichiarazioni dei politici vertono ancora sulle stesse questioni e utilizzano le stesse parole (come si evince rileggendo i documenti amministrativi o gli articoli di giornale degli anni passati). Si sarebbero dovuti assicurare adeguati impegni di spesa per garantire lo studio del territorio; gli uffici tecnici avrebbero dovuto essere potenziati; nuovi e più aggiornati Piani di settore avrebbero dovuto costituire la necessaria base di partenza per una nuova programmazione. Invece, ci ritroviamo, ad esempio, ancora senza un Piano Acquedotti Regionale. Quindi, almeno per la provincia di Pesaro e Urbino, ci troviamo di fronte a questioni irrisolte: acquedotti colabrodo, invasi per buona parte colmi di detriti e limi. Poi c’è la questione, ancora tutta da discutere, dei piccoli invasi a uso irriguo e della rete dei laghi a uso idropotabile, ma anche il grande tema dell’utilizzo delle falde profonde, poco gradito dai cittadini dell’entroterra per una serie di giuste motivazioni. E’ più semplice per i nostri amministratori aprire un tubo (leggi pozzo del Burano) che fare i conti con le proprie responsabilità e capacità di analisi. Per il “grande invaso”, più volte vagheggiato, l’approccio non sembra essere diverso. Nella relazione tecnica presentata nel 2021, commissionata da Marche Multiservizi, al di là delle possibili interpretazioni, la ricognizione assegnava alle varie zone interessate dallo studio un punteggio da -50 a +50, sulla base di diversi parametri. Al termine dello screening, alla zona considerata più appetibile, quella di San Martino del Piano, venne assegnato un punteggio di +21, rispetto a un massimale di +50. Questo risultato, a nostro parere, dimostra che, ad oggi, non è ancora stato individuato il sito idoneo (che forse non esiste), ma soltanto il meno peggio. I promotori del “grande invaso” amano evocare l’immagine di Ridracoli. Ma si tratta di una situazione ben diversa, visto che la diga romagnola è circondata da un Parco Nazionale nel quale insistono foreste secolari di migliaia di ettari che riescono a garantire sia la produzione di acqua dolce, sia che l’invaso (30 milioni di MC), non si riempia di sedimenti. Infatti, non sono mai stati necessari veri e propri interventi di sfangamento. Una gestione storica del territorio, in qualche misura capace e avveduta, ha permesso alle foreste di espletare la propria funzione di regolatore del ciclo idrologico. Va inoltre ricordato che l’invaso di Ridracoli deve i propri volumi di approvvigionamento anche alla captazione di diversi corsi d’acqua, attraverso canali di gronda lunghi chilometri. Una condizione che potrebbe rendersi necessaria, con tutte le implicazioni del caso, anche per un possibile invaso nel pesarese. Ma noi dove prendiamo l’acqua per riempiere un invaso da milioni di mc? Altra questione non irrilevante sono le rotture dovute alla siccità su una rete di migliaia di km ormai vetusta per la quale sono previsti parziali interventi di rifacimento. Si può lasciare per 48 ore una città di 100 mila abitanti senz’acqua? Allora sorge un altro problema a cui dare una risposta nel brevissimo termine: dove reperire decine di milioni di euro per risanare la rete ed evitare guasti che lasciano a secco il capoluogo di provincia in piena stagione turistica. Reinvestire gli utili realizzati dalle società di gestione del servizio idrico si presenta come una delle soluzioni. In un contesto in cui molti cittadini danno per scontata la disponibilità della risorsa, sempre e comunque, ci sono alcuni amministratori, con un elevato senso di irresponsabilità, che si rifiutano di emettere o far rispettare le ordinanze sul divieto di uso improprio dell’acqua destinata ai fini idropotabili, legittimando di fatto lo spreco. E questo nonostante gli uffici regionali competenti, quelli nei quali operano i professionisti del settore, abbiano dichiarato, con Decreto n. 503 del 31 luglio 2026, che la situazione è grave. A questo punto, più che continuare a parlare delle stesse cose di 25 anni fa, sarebbe forse arrivato il momento di assumersi le responsabilità delle scelte.
Pesaro, 19/08/2026
Associazioni: Mountain Wilderness, Gruppo di Intervento Giuridico, la Lupus in Fabula Odv
