Associazione ambientalista

In risposta a Rumiz/Corona (La Repubblica 20.09.09 pag 33)

Una "tagliata" fotografata in comune di Apecchio (PU)

Una "tagliata" fotografata in comune di Apecchio (PU)

Egregio signor Rumiz,
sono un quotidiano lettore di Repubblica. Quando giorni fa ho letto in copertina
del suo servizio sulle foreste, mi son detto: “bene, finalmente se ne parla” .
Le confesso che ho dovuto leggere il tutto a più riprese, per reprimere l’amarezza e la rabbia, scorrendo argomentazioni che dovrei definire con eufemismi, per non risultare offensivo.
Io vivo sull’Appennino, dove sono nato, e ho cercato in ogni modo di rimanere aggrappato a questi luoghi che amo, che conosco molto bene e che cerco di difendere.
Nei piccoli centri montani appenninici da sempre si è vissuto di foreste, di pascolo e di agricoltura.
Mio nonno paterno, che non ho conosciuto, aveva un’impresa forestale.
Mio nonno materno, tra i suoi tanti lavori, ha fatto anche il “traversaro”, tagliava cioè i grandi alberi di cerro e di faggio che poi, sempre manualmente allora, venivano trasformati in traversine: quelle traversine che sono servite per realizzare la rete ferroviaria italiana.
Lui mi raccontava come erano quei boschi, mai ceduati, e della vita animale che c’era prima che cadessero sotto le accette e i “segoni”, o di come venivano dissodati i terreni, usando anche gli esplosivi.
L’obiettivo finale era il pane.
C’era la fame prima, e certamente una minor consapevolezza di come si stava trasformando il territorio.
Negli ultimi anni, mio nonno aveva maturato quasi un odio verso le motoseghe e soprattutto per i buldozer, che ancora oggi entrano nei boschi, arando con la pala
suolo, ceppaie, torrenti.
Qualcuno ha vissuto la montagna bene e l’ha amata, altri l’hanno odiata perché rappresentava un vivere più duro e poco remunerativo.
Come in tutte le cose è l’animo umano che fa la differenza.
La retorica del buon montanaro che tiene in piedi le montagne perché altrimenti franano è quanto di più fuorviante e lontano dalla realtà delle cose.
Le foreste non hanno bisogno di noi, noi abbiamo bisogno delle foreste.
Ancora oggi molti “montanari” hanno come principale preoccupazione, se non unica,
quella di prendere il più possibile e  poi”chi vivrà vedrà”, e in tutto questo, mi creda, del “romanticismo d’uso” esposto da Corona non c’è traccia.
Il bosco è spesso considerato alla stregua di un campo di grano da falciare periodicamente e non un luogo di vita, da rispettare e gestire con criterio.
Ogni limite è mal sopportato.
Dove viene praticata la ceduazione industriale, il bosco viene raso al suolo ogni quindici anni”letterarmente” (nel suo servizio non se ne parla) e pertanto
gran parte dei boschi italiani sono “non boschi”.
Le ceppaie da ceduo intensivo collassano dopo un certo numero di anni e così
il terreno frana, si creano smottamenti e calanchi dove la vegetazione stenta a ricrescere.
Ricordo da ragazzino le grandi piene, autunnali soprattutto, erano gli anni sessanta e le campagne si stavano spopolando, con la ripresa della vegetazione montana le piene sono  diminuite: anche un cespuglieto protegge il suolo meglio di una maggese.
Molte altre cose potrei aggiungere, ad esempio la massiccia evasione fiscale che ruota intorno allo sfruttamento forestale, che volendo può essere quantificata con facilità e con numeri impressionanti.
La convinzione che il territorio sia a nostra disposizione, la visione utilitaristica di tutto quello che ci circonda, “hai un senso se rendi”, e conseguentemente la cultura “del soldo innanzi tutto”, fondano lontano e in profondità le loro radici.
Tra la civiltà contadina, portatrice anche di grandi valori, e la politica del “capannone” che ha invaso ormai ogni dove, c’è meno contrapposizione di quel che si crede e più probabilmente esiste invece continuità culturale.
Il suo articolo ha esposto le cose, purtroppo, con una visione”poderale”  dell’esistenza, una sorta di “cultura da orto” direi, dando voce a chi riscoprendo le ataviche paure del “selvatico” vorrebbe una natura chiusa nei suoi recinti, la visione del pastore che mal sopporta tutto ciò che toglie pascolo e immagina il mondo come un grande campo boario.
La questione forestale è qualcosa di ben più serio e non credo sia giusto affrontarla in modo tanto superficiale.
Le allego un paio di foto come esempi di gestione forestale appenninica,
se la sente di definirli boschi?

Le invio un cordiale saluto, con la speranza che in futuro voglia di nuovo affrontare l’argomento in modo più completo.

Ferruccio Cucchiarini
Socio Lupus

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