Associazione ambientalista

Caccia al cinghiale: natura e diritti violentati

Senza controllo i cacciatori di cinghiale rimuovono anche i cartelli di divieto.

Lunedì prossimo 1 novembre ha inizio la caccia al cinghiale in provincia di Pesaro e Urbino, data che negli ultimi anni ha assunto un rilievo davvero importante che investe la vita di molti “normali” cittadini: chi vive in campagna o in montagna, chi va a fare escursionismo o solo una passeggiata all’aria aperta, chi va in bicicletta, chi va a funghi, a tartufi, chi va a arrampicare e persino chi fa altro tipo di caccia, col proprio cane, per tradizione, e magari non spara neanche un colpo. La caccia al cinghiale in braccata terrà in scacco i territori di mezza provincia per 3 lunghissimi mesi: diverse centinaia di persone armate di carabine potentissime saranno appostate ai quattro angoli delle vallate aspettando che i cani facciano correre verso di loro i cinghiali. Nel caos di queste ore fatte di urla e abbai, di panico e violenza, l’ambiente naturale viene preso d’assalto senza nessun rispetto delle altre forme di vita: umani compresi. Questa forma di caccia ha aggregato gruppi di persone difficilmente gestibili e raramente controllati dalle forze dell’ordine: eppure, se sei un “normale” cittadino e capiti nel posto sbagliato di mercoledì, di sabato e domenica, succede di vedersi vietato il passaggio, succede di essere mandati via dal luogo prescelto per la battuta e se per caso abitate in una di quelle zone…è meglio restarsene tappati in casa. Le carabine possono uccidere una persona a due chilometri di distanza: la maggior parte delle persone che ogni anno muore in Italia (mediamente 35-40) per la caccia sono il frutto di incidenti che avvengono proprio nella caccia al cinghiale. Nella provincia di Pesaro e Urbino è già successo e si è trattato sempre di cacciatori, ma più volte è stata sfiorata anche la morte di persone comuni del tutto estranee a questo truce divertimento: solo negli ultimi anni a Isola del Piano un pallettone ha sfondato un’auto parcheggiata in paese e a San Lazzaro di Fossombrone un altro pallettone è entrato in una casa conficcandosi nel soffitto. E’ stato chiesto al Presidente Ricci di prevedere nella pianificazione di questa attività una più ampia fascia di rispetto (almeno un km in linea d’aria) dai paesi, dalle case abitate e dai luoghi dove si svolge attività ludica o didattica, ma a quanto pare com’è triste tradizione, bisogna probabilmente aspettare la tragedia. Non si vuole con ciò mettere in dubbio la necessità di controllare la popolazione di questo ungulato, consci del fatto che i danni che produce all’agricoltura sono notevoli: da questo punto di vista occorre tuttavia ricordare che i cacciatori di cinghiale hanno tutto l’interesse che il cinghiale ci sia e che sia numeroso. Non sono quindi i cacciatori la soluzione del problema, avendo per altro loro stessi introdotto questa razza così prolifica e di così grosse dimensioni: la decisione di mantenere il sistema delle zone assegnate sempre alle stesse squadre mette queste ultime nella possibilità di compiere nuove illegali introduzioni (e di alimentarle come fosse un allevamento) nel caso in cui volessero aumentare il numero di capi da cacciare e uccidere. Ci sono inoltre da rispettare habitat delicati, dove la braccata pone a rischio specie di interesse conservazionistico: in quei settori che sono più che altro montani e privi di coltivazioni agricole dovrebbe essere consentita solo la forma di caccia individuale o in girata. Invece, al posto di nuovi urgenti limiti, il Presidente Ricci pare percorrere ancora una volta le orme del suo predecessore e ai cinghialai ha fatto un bel regalo: anche se il calendario venatorio riporta come giorni di caccia al cinghiale il mercoledì, il sabato e la domenica, il giorno di apertura è in via straordinaria il lunedì, in modo da coincidere con il giorno di festa. Grazie tante.

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